Incontri dei genitori del catechismo quarto anno (V elem)

INCONTRO 1

Un santo è un avaro che va riempiendosi di Dio a furia di vuotarsi di sé.

Un santo è un povero che fa la sua fortuna svaligiando i forzieri di Dio.

Un santo è un debole che si asserraglia in Dio e in Lui costruisce la sua fortezza.

Un santo è un imbecille del mondo che si istruisce e si laurea con la sapienza di Dio.

Un santo è un ribelle che lega se stesso con le catene della libertà di Dio.

Un santo è un miserabile che lava la sua sporcizia nella misericordia di Dio.

Un santo è un paria della terra che costruisce in Dio la sua casa, la sua città e la sua patria.

Un santo è un codardo che diventa audace e coraggioso facendosi scudo della potenza di Dio.

Un santo è un pusillanime che cresce e ingigantisce con la magnificenza di Dio.

Un santo è un ambizioso di tale statura da soddisfarsi soltanto possedendo razioni sempre più grandi di Dio…

Un santo è un uomo che prende tutto da Dio: un ladro che ruba a Dio anche l’amore con cui può amarlo. E Dio si lascia saccheggiare dai suoi santi. Questa è la gioia di Dio. E’ il segreto dei santi…

In definitiva, il “quid” della santità è una questione di fiducia: quello che l’uomo è disposto a lasciare che Dio faccia in lui. Non è tanto l’ “io faccio”, quanto il “si faccia in me”. L’albero produrrà rami, foglie, fiori e frutti, a condizione di lasciarsi visitare dalla linfa, e dalla pioggia, e dalle forbici del potatore e dal coltello che raccoglie la resina…

Il santo è un uomo nel quale l’amore e la fede e la speranza, lungi dall’essere duri sforzi solitari, sono esperienze condivise, vissute in compagnia. Il santo non ama, non crede, non spera da solo: egli conta sempre sull’Altro. Per questo il santo ha fiducia. Non è che sia tutto “pappa e ciccia” con Dio: ma soltanto con Dio il valoroso eroe che c’è sotto la pelle di un santo abbassa la guardia, consegna le armi, chiude gli occhi… e si abbandona. Insomma, un uomo che si fida di Dio. Questo è un santo.

Pilar Urbano

Cosa mi ha colpito di queste parole?

Quale atteggiamento è lontano da me? Quale mi piacerebbe trasmettere ai miei figli?

INCONTRO 2

Tanto vale dirlo subito, dato che qui si parla di ciò che tuo figlio farà da grande. Mettere a tema, fin dall’inizio, vita e vocazione, allarga l’orizzonte ed è questione di discernimento. Paragona il discernimento a una volta che ha bisogno di quattro colonne  per stare sù.

La prima è proprio la VOCAZIONE. Nessuno decide di venire al mondo: all’esistenza si è chiamati. Non sono i genitori i primi autori di questo appello: lo è Dio! Lui è colui che chiama, ama alla follia, tutto conosce, vuole il bene: per chi se ne rende conto, la vita – pur tra le inevitabili contraddizioni – diventa una ricerca di questa volontà amorosa e consenso ad essa, nelle cose piccole come in quelle grandi. L’opposto della vocazione è l’ambizione: una presunzione velleitaria che non fa essere contento di nulla, per cui la vita si abbarbica a un’insoddisfazione mai sazia, che mina la gratitudine e convince che tutto è troppo poco. L’ambizione spinge a non darsi tregua per potere di più, avere di più e volere di più, per essere riconosciuto grande, il primo: uno che non deve rendere conto a nessuno e a cui tutti devono qualcosa. E se non avviene s’infuria o si dispera.

La seconda è l’ELEZIONE. E’ il metodo che Dio, dai patriarchi agli apostoli,  passando per Maria e Giuseppe, e continuando con la Chiesa, sempre ha impiegato. Una elezione per nulla democratica; una predilezione non basata sul merito, ma sulla pietà verso il nulla che è l’eletto; una preferenza verso gente qualunque, non verso i migliori. Elezione fa rima con gratuità e spinge a gratuitamente dare ciò che gratuitamente hai ricevuto. L’opposto è la pretesa. Tutto mi è dovuto; faccio quello che mi pare; m’interessa solo ciò che torna utile. Una posizione figlia dell’orgoglio e madre dell’omicidio (vedi Caino e Abele). Pretesa che uccide in tanti modi, anche lasciando in vita: calunnia e chiacchiere, derisione e indifferenza, pregiudizio, ricatti, dimenticanza, asservimento, capricci…

La terza colonna è la CIRCOSTANZA. Ci sono quelle interiori: le qualità e le propensioni personali; i desideri onesti; le abilità e le doti (intelligenza, umore e fantasia…); la salute e la capacità di fatica. Accanto a queste stanno le circostanze esterne: gli eventi; i bisogni che mi si presentano davanti: quelli di chi mi sta intorno, il mio prossimo, i miei famigliari, i poveri e chiunque viva una pena; quelli della Chiesa, della società civile; poi ci sono le opportunità e le traversie in cui incappo, le conoscenze, i legami, le relazioni; la congiuntura e il momento storico. La circostanza è indicazione e richiamo potente alla capacità di sguardo e di commozione. L’opposto è il palcoscenico. Una vita dedita a mostrarsi, a se stessi e agli altri, quali non si è; i rapporti vissuti come un copione, la realtà ridotta a messinscena. Il palcoscenico, illusione e inganno della mondanità per individui che, quando lo spettacolo finisce, si afflosciano come marionette. Gente che dipende dal battimani e che, se nessuno applaude, preferisce annegare in altre dipendenze, pur di non affondare nella noia e nella paura.

La quarta è il SILENZIO. Esso rende acuti gli orecchi e il cuore; genera attenzione; consente alle esperienze di diventare Esperienza; lascia spazio alla voce e all’esperienza altrui; all’esigenza altrui. Permette che le necessarie premure non si trasformino in fretta; rende capaci di sacrificio, perche é dentro il silenzio – che è presenza a sé e a Dio – uno percepisce la voce della coscienza e la voce del Signore che parla. L’opposto è la reattività. Vivere reagendo all’emozione di un minuto, alla prima impressione, all’ultima notizia, all’ira o all’euforia; a orgoglio e passioni, istintività e fretta. Una vita esteriore senza capacità di soddisfazione e durata. E la ragionevolezza sparisce. La reattività rende una persona effervescente o estenuata, consumatrice e consumata.

Queste colonne vengono su mattone su mattone. Sostieni l’educazione di tuo figlio con queste quattro colonne, senza trascurare di pregare per lui ogni giorno. Cosa farà da grande? Chi lo sa! Ma se fondi l’educazione sulla roccia che è Cristo saprai stargli accanto e assisterai, grato e sorpreso, alla serena determinazione con cui compirà i passi verso gli studi da seguire, il lavoro in cui impegnarsi, lo stato di vita… Mi congedo ricordandoti: non sprecare la vita cercando di fare ciò che desideri; impegnati, invece, a desiderare ciò che stai facendo; il che è sempre possibile.

Giovanni Donna d’Oldenico

Cosa mi ha colpito di queste parole? In quale colonna mi sento più precario?

INCONTRO 3

La fede cristiana, nella sua sapienza, afferma che un vizio non è semplicemente un gesto, ma piuttosto un atteggiamento. Vizio è qualcosa che è divenuto abituale nella nostra vita. Nel latino medioevale si dice che il vizio, così come la virtù, è un habitus. Una singola azione cattiva, pur essendo sbagliata, è pur sempre occasionale. Ma quando un atteggiamento diviene abituale, vuol dire che ha iniziato a strutturare la nostra vita. Sta creando come una “dipendenza” in noi, per usare un termine per noi più usuale. 

«Prendiamo ad esempio il mentire. Si può dire una volta, per un determinato motivo, una bugia ad una persona che amiamo. Certo questo è disdicevole, ma è pur sempre un atto isolato. Ma se la persona si abitua a rifugiarsi sempre nella bugia, se si abitua a sostenere ruoli diversi a seconda delle persone che ha davanti, ecco che la situazione è ben più grave. Spesso capita di sentire una ragazza che afferma di amare il suo ragazzo perché, pur avendo lui tradito in passato altre donne, è certa che non tradirà mai lei. Perché anche se non mantiene mai la parola con i suoi amici e con i suoi colleghi di lavoro, con lei sarà diverso. Quella ragazza non comprende cosa è il “vizio”: per questo si illuderà che il suo ragazzo abbia un cuore modellabile, potendo mantenersi con lei sincero e menzognero con altri. Lo stesso vale per la virtù. Una cosa è compiere un atto di carità, una cosa è diventare buoni. La virtù, come il vizio, struttura pian piano l’esistenza. Il vizio o la virtù sono qualcosa che camminano, che evolvono con la persona stessa». Non si diventa né cattivi né buoni di colpo! «La tradizione filosofica e spirituale indica con il termine «vizio» un habitus negativo. Habitus viene impropriamente reso con il termine italiano «abitudine», anche se è possibile riscontrare elementi comuni, come la facilità a compiere un’attività, un’abilità consolidata dall’uso frequente. Ciò che differenzia un habitus da una «abitudine» è che il primo coinvolge la persona negli aspetti più profondi dal punto di vista psicologico, morale e spirituale, mentre l’abitudine è quasi una sorta di automatismo. Vizi e virtù sono dunque «abiti» morali che conducono a esiti opposti: la virtù a conseguire con più facilità il fine dell’uomo perfezionando se stesso, mentre il vizio lo disattende, giungendo alla distruzione, morale, psichica e fisica del soggetto.

San Tommaso definisce alcuni vizi come capitali, perché essi, analogamente al comandante di un esercito, comandano tutti gli altri vizi.

Questa riflessione ci invita a guardare dentro di noi e ai nostri figli. In questo periodo della loro vita è facile intravedere delle disposizioni al bene e anche atteggiamenti problematici verso il male… come sosteniamo le prime che diventeranno virtù? Come li aiutiamo ad affrontare i secondi che diventeranno vizi? Ci accorgiamo delle virtù? Pensiamo che siano perfetti non accorgendoci dei lati negativi e li giustifichiamo sempre? Lasciamo correre le “cose che non vanno”? Dopo una sgridata riprendiamo con calma l’argomento spiegando i perché degli eventuali no?

INCONTRO 4

“Pregare è accettare che Dio viva in me, fargli posto nella mia carne, lasciarlo entrare nei miei pensieri, fargli prendere stabile dimora nel mio corpo e attendere pazientemente il tempo in cui tutto – parole, gesti, azioni – faccia emergere Lui ed io resti amico nascosto e fedele.” Ernesto Olivero

“Per me la preghiera è uno slancio del cuore, è uno sguardo verso il cielo, è un grido di gratitudine e di amore nella prova come nella gioia; insomma è qualcosa di grande che mi dilata l’anima e mi unisce a Gesù”

Santa Teresina di Gesù Bambino

“La preghiera è innanzitutto una dimensione del nostro essere, una realtà della nostra persona… non è mai cosa banale, anche se è la preghiera di un bambino, perché coinvolge Dio ed è l’espressione più alta dell’uomo chiamato alla comunione con Lui” Card. Anastasio Ballestrero

“La benzina è la preghiera: non basta avere una macchina funzionante e nemmeno una macchina di qualità, occorre il rifornimento costante di carburante” don Michele Dolz

“La preghiera non è tanto quello che faccio io, ma quello che mi fa. E’ riconoscere che sono plasmato da Dio e mi devo lasciar fare da Lui” Un monaco

Ci lamentiamo della mancanza di tempo. Ma è proprio mancanza di tempo o scarsità d’amore? È difficile trovare due innamorati che non hanno il tempo per incontrarsi. E da chi ci ama aspettiamo soprattutto il dono di un po’ di tempo. Se la preghiera è un fatto d’amore, deve essere sotto il segno della gratuità. La prima cosa da fare è “buttar via”, “sprecare” un po’ della propria vita nella preghiera. E poi ci accorgiamo che, se sappiamo buttare del tempo nella preghiera, alla fine saremo ricchissimi di tempo, perché quello che ci rimane è completamente diverso: fa un salto qualitativo. E la ragione è questa: dopo aver pregato abbiamo in noi la forza di Dio. Se è vero che senza di Lui non possiamo far nulla (Gv 15, 5) è altrettanto vero che con Lui riusciamo a far tutto.” don Lino Pedron

Quale di queste citazioni mi ha colpito particolarmente? Se io dovessi dire cos’è la preghiera che che parole userei? Qual è la più grande difficoltà nel pregare da solo? E nel pregare in compagnia soprattutto a Messa? So qualche cosa dell’esperienza dei cenacoli nelle case?

INCONTRO 5

scheda bambini

Ecco un esempio che servirà a chiarirti in modo semplice l’insegnamento cristiano sulle varie forme di preghiera. C’è il papà che festeggia il compleanno: in casa hanno preparato una festicciola. Arriva il momento. Lui sa già di cosa si tratta, e dice: “Adesso vediamo cosa mi hanno fatto di bello!” Per primo viene il più piccolo dei suoi bambini: gli hanno insegnato la poesia a memoria. “Bravo!” dice il papà, “mi ha fatto tanto piacere, ti sei fatto onore!”. Va via il piccolino, e si presenta il secondo figlio, che fa già le medie. Non ha preparato una poesia, ha preparato un discorsetto, roba sua, farina del suo sacco. Magari breve, ma si propone come oratore. “Non avrei mai creduto che tu fossi così bravo, che bei pensieri!” dice il papà, anche se non  era proprio un capolavoro! Terza la signorina, la figliola. Questa ha preparato semplicemente un regalo. Non dice niente. Ha scritto qualcosa sul pacchetto. Però è commossa. E il papà le dice: “si vede che mi vuoi bene, sei così emozionata!”. Poi c’è la mamma, la sua sposa. Non dà niente. Lei guarda suo marito e lui guarda lei: semplicemente uno sguardo. Sanno tante cose. Quello sguardo rievoca tutto il passato, tutta una vita: il bene e il male, le gioie e i dolori! Non c’è altro.

Ecco i quattro tipi di preghiera. Il primo è l’ORAZIONE VOCALE: quando dico il rosario con attenzione, il Pater, l’Ave Maria. Il secondo è la MEDITAZIONE, anche roba del mio sacco. Ci può essere un libro, ma poi si mette da parte. Faccio io il mio discorso con il Signore. Terzo è l’ORAZIONE AFFETTIVA. Qui non occorrono tanti pensieri, basta lasciar parlare il cuore. Quarta è l’ORAZIONE DELLA SEMPLICITÀ. Mi metto davanti al Signore, e non dico niente. Lo guardo, lo amo e mi faccio amare…”

don Michele Dolz

Ho mai provato a pregare davvero? È efficace l’immagine di questa citazione? Siete riusciti a ritagliarvi un momento di preghiera come vi abbiamo suggerito la scorsa volta? Come è andato?

Ci sono state difficoltà? Cosa avete avvertito dentro di voi?

INCONTRO 6

scheda bambini

“Il SILENZIO lo abbiamo dentro di noi, ma dobbiamo farlo emergere, liberarlo, lasciargli lo spazio vitale, non soffocarlo! Dobbiamo educarci al silenzio; meglio, lasciarci educare… Il silenzio del cosmo lo possiamo ascoltare nel firmamento, nei fiori, in tutte le creature… È un silenzio che parla, una bellezza che affascina. Il silenzio lo si percepisce attraverso lo sguardo; gli occhi portano riflessa la bellezza, la luce interiore, e fanno sprigionare dall’intimo quella dimensione semplice ed essenziale che a volte viene purtroppo coperta da tante strutture artificiose. Il silenzio è bellezza, è dono, è pace, è presenza, è pienezza d’amore; perciò è gioia… si può dire che si coglie il silenzio in quel brivido segreto che percorre tutte le cose, che nasconde e svela in esse la presenza di Dio”        Anna Maria Canopi

“Negli anni Venti del 1900 si fece il tentativo di comprendere la liturgia come GIOCO; ha regole proprie e crea un suo mondo che vale quando si entra in esso e che poi viene meno quando il gioco finisce. Un altro punto di paragone era che il gioco è sì dotato di senso, ma allo stesso tempo è libero e, proprio per questo, ha in sé qualcosa di liberatorio, dal momento che ci fa uscire dalla vita di tutti i giorni. C’è ancora un aspetto: il gioco dei bambini appare in molti suoi aspetti una sorta di anticipazione della vita, un addestramento a quella che sarà la vita successiva. Allo stesso modo la liturgia potrebbe ricordarci che noi tutti, davanti alla vera vita, cui desideriamo arrivare, restiamo in fondo come dei bambini … ma ci manca ancora un contenuto essenziale, dato che il pensiero della vita futura vi compare solo come un vago postulato e la vista di Dio resta ancora del tutto indeterminata…” … “Per il cattolico, la liturgia è la patria comune, è la fonte stessa della sua identità: anche per questo deve essere “predeterminata”, perché attraverso il rito si manifesta la santità di Dio”

Joseph Ratzinger

“Il prete, che è al servizio della liturgia e non il suo inventore o produttore, ha una particolare responsabilità se svuota la liturgia del suo vero significato o oscura il suo CARATTERE SACRO”          Giovanni Paolo II

La preghiera comune deve nutrirsi di questi elementi: silenzio, partecipazione rituale  e sacralità. In quale di questi aspetti faccio più fatica? Avverto le celebrazioni come azioni di Dio per me? Educo i miei figli a viverle come momento di incontro con Dio? Si vede? Quale fatica faccio nella preghiera comune?

INCONTRO 7

Dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi; Queste prime tre opere, come quelle che seguono, si riferiscono alle preoccupazioni primarie della vita: «mangiare, bere, vestire, ospitare, curare, visitare, seppellire». Si deve riflettere però sul fatto che quanto più evoluta si fa la vita, tanto più le situazioni materiali in cui bisogna praticare la carità assumono aspetti ed esigenze nuove. Essere attenti perché ai fratelli non manchi il lavoro è indubbiamente come dar loro da mangiare, da bere, da vestire; è come aiutarli ad essere inseriti in modo degno nel contesto della società in cui si muovono. Si deve quindi trovare l’impegno per far sì che ogni persona abbia il proprio lavoro, eliminando l’egoismo di chi ha troppo. Ognuno pensa a sé senza riflettere, senza considerare che il suo star meglio può essere pagato da qualcuno col suo star peggio.

Ospitare i pellegrini; La mentalità attuale, consumistica ed egoista, è in netto contrasto con la carità cristiana e solo le opere di misericordia possono aiutare a trovare una coscienza e una coerenza evangelica. Nella realtà odierna ospitare i pellegrini non è offrire un semplice aiuto, ma aprirsi alla persona e non soltanto ai suoi bisogni. Accogliere il pellegrino, lo straniero, è fare loro spazio nella propria città, nelle proprie leggi, nella propria casa, nelle proprie amicizie, mentre spesso oggi l’aridità d’animo non è sensibile alle necessità del fratello che si trova in stato di bisogno.

Curare gli infermi; Questa opera di misericordia deve essere ripensata, rivissuta ed anche rivalutata come cultura, come costume, come segno di civiltà e di rispetto della vita. Bisogna porre fine alla consuetudine di scaricare all’ospedale l’ammalato abbandonandolo con i suoi problemi, con i suoi dubbi e le sue incertezze; l’ammalato, ovunque si trovi, bisogna visitarlo, bisogna stargli vicino, bisogna dargli conforto e riconoscergli una priorità di affetti.

Visitare i carcerati; Anche per questa opera si pone il problema della sua rivalutazione per il suo significato e il suo grande valore sociale. Visitare i carcerati oggi non vuole significare soltanto andare dentro un carcere, ma anche aiutare, comprendere, accogliere, sostenere con partecipazione e condivisione i congiunti che sono fuori, in un carcere invisibile costituito dall’emarginazione e dall’indifferenza in cui sono costretti a vivere. L’impegno quindi è importante e anche oneroso: sarà tanto più significativo per quanto, attuato con spirito di comprensione e di partecipazione, potrà rappresentare prevenzione verso il crimine ed educazione alla libertà, bene comune e irrinunciabile.

Seppellire i morti; Da sempre le confraternite di Misericordia svolgono questo compito per il suo vero significato: il rispetto dell’uomo anche nel suo ultimo viaggio. L’hanno praticata fin da quando i fratelli della Misericordie, con atto di umana pietà, si chinavano per strada o nei lazzaretti per raccogliere gli infelici deceduti. È un’opera che autentica e testimonia lo spirito del nostro essere cristiani.

OPERE DI MISERICORDIA SPIRITUALI

Consigliare i dubbiosi; È difficile trovare qualcuno che s’impegni a rasserenare chi è nel dubbio, ad offrirgli la comprensione fraterna e il suo aiuto. La cultura del dubbio va sempre più diffondendosi: tutto è opinabile, tutto è precario, niente è certo. Ecco allora che questa mentalità, così distruttiva e logorante del cuore e dello spirito umano, trova soccorso nell’opera del fratello della Misericordia che, superando anche lo stato d’isolamento in cui si vive, interviene a sostegno di chi non sa cosa pensare, cosa dire o cosa fare.

Insegnare agli ignoranti; Il servizio della verità, con il suo coraggio, la sua generosità, deve essere offerto agli sprovveduti davanti alle necessità della vita, oppure inermi e indifesi nel travaglio dei rapporti sociali.

Si deve avere più misericordia verso chi fatica, verso chi non sa farsi le proprie ragioni o non sa vedere gli obiettivi della vita, senza però disprezzare chi in qualche modo invece vorrebbe imparare a valutare le ragioni dell’esistenza, le prove della vita, la promozione umana.

Ammonire i peccatori; Questa dovrebbe essere un’opera di ammonimento, di richiamo, di correzione. Purtroppo è poco praticata anche se la sua necessità è più che mai presente. Non la si deve considerare come un «giudicare gli altri», ma da fratelli porgere la mano, aiutare, prevenire l’incauto, soccorrere il distratto, impedire al fratello di mettersi su di una strada sbagliata.

Consolare gli afflitti; Invece di ritenere le quotidiane tribolazioni della vita una provocazione per aiutare chi si trova nella difficoltà, spesso ci si chiude nel nostro guscio, nel più completo egoismo, fingendo di non sapere, di non vedere, pensando così di essere dispensati dal condividere, dal partecipare, dal solidarizzare con colui che ci sta accanto. Il fratello della Misericordia, sensibile a queste difficoltà e ai travagli della vita, apre invece il suo cuore all’afflizione e al dolore dando certezze, fiducia, speranza, non limitandosi però a consolare l’afflizione, ma impegnandosi a concorrere all’eliminazione delle cause che la provocano.

Perdonare le offese; La carità del perdono deve essere stile di vita del confratello. Il saper perdonare è indice della libertà, della generosità, del cuore, della capacità di amore incondizionato; è espressione di un cuore misericordioso; è trasformazione del perdono in fraternità vissuta, in cordialità manifestata, in profonda reciprocità di sentimenti.

Perdonare pazientemente le persone moleste; È un’opera di Misericordia così concreta che si può considerare corporale e non solo spirituale poiché molte volte è un’ingombrante pesantezza di presenza, di pretese, di egoismi, di stranezze mentali.

Pregare Dio per i vivi e per i morti; è degna opera di misericordia legata a tutta quella teologia e morale cristiana che avvolge il mistero della vita che non ha soltanto un suo inizio, ma anche la sua conclusione nella morte. Spesso di fronte ai problemi delle cose ultime si trovano soluzioni di comodo per distogliere l’attenzione del cuore e dello spirito di fronte a questa realtà, come ad esempio delegare le istituzioni. Un uomo che muore non necessita di una istituzione, ha bisogno di un fratello che gli faccia sentire che non è solo, un fratello che tenendolo per mano gli faccia comprendere che il morire non rompe la solidarietà, non compromette la vita, ma ha invece il significato di trasfigurazione delle cose che passano in quelle che non passeranno più.

Queste opere mi fanno conoscere Gesù e il suo insegnamento, praticabile da tutti… In quale mi sento più carente? Sono convinto che attraverso queste opere sono più vero, libero e felice? Come far comprendere ai ragazzi che sono necessarie per essere veramente solidali con gli altri? Come poterle vivere con i nostri figli?