I Cenacoli

Cenacolo di Febbraio 2023 

Giuseppe, perdonare la nostra storia

51 cenacolo febbraio 2023

Carissimi, 

in questo mese, in cui inizia il tempo penitenziale della Quaresima, entriamo nella vicenda di Giuseppe e dei suoi 11 fratelli che troviamo nel libro della Genesi ai capitoli 37-50. È una storia di perdono che ci fa bene al cuore. Facciamoci accompagnare dalla preghiera e dalla fraternità. Buon incontro!                            don Alessandro

Iniziamo con il Segno di croce. Lasciamo almeno un minuto di silenzio per entrare nella preghiera.

INNO – Cielo nuovo è la tua Parola (Liberto-Di Simone) www.youtube.com/watch?v=gBNs3kebk84

Cielo nuovo è la tua Parola, nuova terra la tua carità! 

Agnello immolato e vittorioso, Cristo Gesù, Signore che rinnovi l’universo!

Destati dal sonno che ti opprime, apri gli occhi sulla povertà, 

Chiesa a cui lo Spirito ripete: “ti ho sposata nella fedeltà”. Rit.

Voltati e guarda la mia voce, nessun uomo dice verità! 

Vedi che germoglia proprio adesso questa luce nell’oscurità. Rit.

Apri gli orizzonti del tuo cuore al vangelo della carità;

sciolti sono i vincoli di morte: Io farò di te la mia città. Rit.

Qui potete trovare una presentazione della storia di Giuseppe d’Egitto www.youtube.com/watch?v=Mr8bNZy0r1g

Dal libro della Genesi (Gn 44,27 – 45,5)

Il tuo servo, mio padre [Giacobbe], ci disse: “Voi sapete che due figli mi aveva procreato mia moglie. Uno partì da me e dissi: certo è stato sbranato! Da allora non l’ho più visto. Se ora mi porterete via anche Beniamino e gli capitasse una disgrazia, voi fareste scendere con dolore la mia canizie negli inferi”. Ora, se io arrivassi dal tuo servo, mio padre, e il giovinetto non fosse con noi, poiché la vita dell’uno è legata alla vita dell’altro, non appena egli vedesse che il giovinetto non è con noi, morirebbe, e i tuoi servi avrebbero fatto scendere con dolore negli inferi la canizie del tuo servo, nostro padre. Ma il tuo servo si è reso garante del giovinetto presso mio padre dicendogli: “Se non te lo ricondurrò, sarò colpevole verso mio padre per tutta la vita”. Ora, lascia che il tuo servo rimanga al posto del giovinetto come schiavo del mio signore e il giovinetto torni lassù con i suoi fratelli! Perché, come potrei tornare da mio padre senza avere con me il giovinetto? Che io non veda il male che colpirebbe mio padre!». Allora Giuseppe non poté più trattenersi dinanzi a tutti i circostanti e gridò: «Fate uscire tutti dalla mia presenza!». Così non restò nessun altro presso di lui, mentre Giuseppe si faceva conoscere dai suoi fratelli. E proruppe in un grido di pianto. Gli Egiziani lo sentirono e la cosa fu risaputa nella casa del faraone. Giuseppe disse ai fratelli: «Io sono Giuseppe! È ancora vivo mio padre?». Ma i suoi fratelli non potevano rispondergli, perché sconvolti dalla sua presenza. Allora Giuseppe disse ai fratelli: «Avvicinatevi a me!». Si avvicinarono e disse loro: «Io sono Giuseppe, il vostro fratello, quello che voi avete venduto sulla via verso l’Egitto. Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita.                                                Parola di Dio. Rendiamo grazie a Dio!

Lettera a Letizia, prima di 8 fratelli, con i genitori assenti e il cibo come compagnia (Costanza Miriano)

Carissima, so che c’è qualcosa che non mi hai raccontato, di quegli anni in Inghilterra: mi ha messa in allarme qualche mezza parola che ti è sfuggita. Io penso che uno dei cugini che avete ospitato per mesi, quello sempre su di giri che ti faceva battute volgari, secondo me ti ha messo le mani addosso. Che poi io dico, come cavolo si fa a far stare una ragazza appena adolescente in camera con un diciannovenne (pure palesemente disturbato)? Se non sbaglio, per tua madre quella era la fase mistica: aveva un’amica buddista che la conduceva sulla via delle ricette vegetariane e dell’illuminazione – la quale, evidentemente, non era abbastanza illuminata da permetterle di guardare sua figlia, e quello che le stava capitando. Ti sei convinta che nessuno ti avrebbe creduto, se l’avessi raccontato, e purtroppo devo dirti che penso sia vero. Per ascoltarti, tua madre avrebbe dovuto mettere in discussione troppe cose della sua vita, abbandonando la compassione e la pace interiore del suo maestro di buddismo per prendere molto poco pacificamente a randellate il nipote e metterlo sul primo aereo per l’Italia. Avrebbe dovuto riconoscere di essere stata distratta e anaffettiva. Non ce la poteva fare. Quanto a tuo padre, era troppo impegnato a lavorare.

Ora, questo discorso l’abbiamo fatto spesso: il più delle volte, i genitori vogliono bene ai figli, ma in un modo limitato e fragile, mentre il cuore dei figli desidera un amore illimitato e fortissimo. Io penso che ognuno di noi voglia bene come può: di più non si riesce, né possiamo darci da soli un cuore più capace. Possiamo chiederlo, implorarlo, mendicarlo, ma non ce lo diamo da soli, e ci sono momenti in cui davvero nessuno dell’universo sembra capire fino in fondo quello di cui avremmo bisogno. Ti sei abituata a non ascoltarti, e così hai fatto scelte – a cominciare dal lavoro e dall’uomo da sposare – che assecondassero le aspettative altrui, e l’idea che ti eri costruita di te stessa. Hai avuto una vita davvero dolorosa, tanto che il tuo nome – Letizia – sembra un dispetto. Forse, invece, è una profezia.

Pensa alla storia di Giuseppe, [il figlio prediletto di Giacobbe che viene venduto come schiavo per gelosia dai fratelli]. Tu, Letizia, ti starai chiedendo cosa c’entra questa storia abbastanza assurda e lontana da noi – e specialmente da te, che sei tutt’altro che la preferita dei tuoi, come invece era Giuseppe. In realtà, il motivo per cui Giuseppe mi fa pensare a te deve ancora arrivare, ma già da ora ti dico che le somiglianze con la Bibbia non vanno cercate in superficie. Comunque, Giuseppe arriva in Egitto e viene comprato da un alto dignitario di corte, Potifar. L’uomo lo mette al lavoro in casa sua, perché capisce che quello schiavo è una persona di un certo livello. “A lui tutto riusciva bene” dice il testo. Insomma, invece di protestare, recriminare e disperarsi, Giuseppe si mette a fare bene quello che è costretto a fare. Questa è una cosa che mi fa impazzire. Sarà che a me verrebbe da fare il contrario: cioè, di cose ne faccio tante, pure ai limiti del masochismo, ma devo essere io a decidere quali fatiche sopportare. Sono io che decido i sacrifici, altrimenti mi metto di traverso: per protesta contro la vita faccio ostruzionismo, mi imbosco, invento scuse anche davanti a me stessa. Invece Giuseppe no: sta nella situazione che gli è data, ci sta meglio che può; si mette a servizio, nelle circostanze in cui si trova. Non mormora contro Dio, non gli dice: “ma come? Perché a me? Lei non sa chi sono io?”, non recrimina. 

Ecco, Giuseppe vive questa adesione a ciò che è chiamato a fare. Tanto è vero che il suo padrone gli molla completamente le redini, non si occupa più di nulla – fino a tal punto lo schiavo fa le cose meglio di come le farebbe lui stesso. Giustamente la moglie, avendo in casa questo tipo pazzesco, si innamora di lui e vuole portarselo a letto. Siccome è la padrona, non va tanto per il sottile e ordina a Giuseppe di soddisfare il suo desiderio. Lui però si rifiuta, perché Potifar gli ha affidato tutto e gli ha dato un solo divieto, quello di rubargli la moglie: “come potrei fare questo grande male, e peccare contro Dio?”. Questa è un’altra cosa che mi fa venire voglia di abbracciare Giuseppe: non vuole peccare contro Dio – nonostante, in tutta onestà, qualche piccola rimostranza potrebbe pure muovergliela: i fratelli hanno cercato di ucciderlo, l’hanno venduto, si è trovato costretto a fare lo schiavo, e manco può avvisare suo padre del fatto che è ancora vivo. Io cercherei in tutti i modi di farmi giustizia da sola. Chi non lascia regnare Dio sul suo cuore ragiona in questo modo, ed è “giusto”: vuole giudicare la propria vita, decidere da solo cosa va bene e cosa no, e prendersi i risarcimenti “dovuti”. In realtà, con Dio non funziona così: le immagini vanno guardate nell’insieme, è un allenamento dello sguardo che ci permette di imparare che, moltissime volte, quello che ci sembrava una disgrazia si rivela invece una grazia. E quando non si rivela e non c’è un lieto fine, Dio rende feconda anche quella svolta nella storia.

Ma con Giuseppe non è finita qui. [La moglie di Potifar lo accusa e lo fa mettere in carcere. In carcere mostra ancora la sua bontà e intelligenza. Svela il significato dei sogni al panettiere e al coppiere, che si realizzano. Il coppiere liberato si dimentica di lui, poi dopo due anni viene finalmente convocato per interpretare anche i sogni del sovrano]: a sette anni di abbondanza ne seguiranno sette di carestia; consiglia quindi al faraone di trovare un uomo intelligente e saggio che governi la terra dei Egitto per resistere quando arriverà la carestia. La lucidità e l’umiltà di Giuseppe piacciono così tanto al sovrano che il faraone decide di nominare governatore proprio lui. Quando inizia la carestia, il padre di Giuseppe viene a sapere che l’unico posto in cui c’è ancora grano è l’Egitto e, senza sospettare che questo sia dovuto all’intelligenza di suo figlio, invia i 10 fratelli a comprarne un po’, altrimenti non sarebbero sopravvissuti. Appena li vide, Giuseppe li riconosce e decide di metterli alla prova, [e poi, come abbiamo letto, Giuseppe perdonerà i fratelli e riabbraccerà il padre].

Ecco, cara Letizia, che dire: io sono certa che un giorno anche la tua storia si dipanerà davanti ai tuoi occhi in tutta la sua bellezza e ragionevolezza; un giorno anche tu avrai la grazia di perdonare. Perdonare i tuoi genitori distratti e assenti, tuo cugino per il quale non ho aggettivi, i tuoi fratelli un po’ egoisti: la tua storia sarà guarita dal perdono. Devo dire che anche a me questa cosa non sta bene per niente: non siamo noi ad avere sbagliato, perché dovremmo prenderci la responsabilità? Ogni fibra del nostro essere si ribella davanti a questa ingiustizia. “Se sei risentita, è solo peggio per te”, mi diceva sempre un vecchio frate. Il perdono, invece, prima di tutto guarisce te, ti risana, è proprio una grazia. Quando cominci a fare del bene a chi ti ha fatto del male, e come se dentro di te si sciogliesse qualcosa: si staccano delle incrostazioni, si sganciano dei blocchi. Sono certa che se tu inizi, apri la diga e arriva una cascata di bene per tutti quelli che ti stanno intorno. Pensa a Giuseppe, pensa quanto dolore a quante ingiustizie. Lui cosa fa quando rivede i fratelli? Li perdona, li carica di beni e li salva! È il suo cuore, libero dal fardello del male altrui, che lo risana, lo guarisce, lo consola. Per questo Dio fa riuscire tutte le sue opere, perché il perdono è una cosa soprannaturale, non è umana, non è giusta, non è ragionevole. Forse Dio confida in te per far entrare la salvezza nella tua famiglia. Non devi perdonare nessuno con le tue sole forze. Puoi, però, chiedere la grazia di riuscirci. Secondo me fa dimagrire. Smetteresti di avere il frigo come interlocutore privilegiato, e libereresti un sacco di energie. Insomma, tu preferisci tenere chiuso nel ripostiglio tutto il tuo passato – e sarebbe anche un’idea sensata, se funzionasse. Il fatto è che quello scivola fuori a ogni secondo. Dai, provaci: sono curiosa di vedere che miracoli si inventerà Dio nella tua vita.

Riflessione (lasciare almeno 10 minuti di silenzio) e condivisione: Cosa mi ha colpito? Qual è la mia storia? Quali i miei sogni? Con quale sguardo interpreto la mia vita? Dove devo dare il meglio? Cosa devo perdonare?

Decina del rosario: Padre nostro (insieme), 10 Ave Maria con intenzioni e Gloria al Padre.

Preghiamo alternandoci con le parole di un canto ispirato alla storia di Giuseppe: 

Avevo agito bene, la strada era quella giusta. Ma mi ha portato qua. Conosci le mie pena, per questo chiedo aiuto.

Tu vedi più lontano di me, tu sai la via, non voglio sapere perché: tu vedi più lontano di me!

Non voglio fare peggio, la fede sai mi aiuta. Ripongo in te la mia fiducia, è tutto ciò che resta.

Ma tu vedi più lontano di me; tu sai la via, non voglio sapere perché: tu vedi più lontano di me!

Credevo che una nuvola fosse il cielo, ho visto un uccello volare e l’ho seguito.

Credevo di poter spiccare il volo, ma tu puoi plasmarmi.

Devi insegnarmi: tu vedi più lontano di me, tu sai la via, non voglio sapere il perché. Ti ascolterò: credo in te!

Segno di croce che conclude la preghiera.