Incontri dei genitori del catechismo secondo anno (III elem)

INCONTRO 1

Vi do una notizia un po’ riservata. Vi rivelo un segreto; ma, mi raccomando, resti tra noi. La notizia è questa: grande è la fortuna di noi credenti. Grande è la fortuna di chi è «cristiano»; cioè appartiene, sa di appartenere, vuole appartenere a Cristo. Grande è la fortuna dei credenti in Cristo. Però non andate a dirlo agli altri: non la capirebbero. E potrebbero anche aversela a male: potrebbero magari scambiare per presunzione il nostro buon umore per la felice consapevolezza di quello che siamo; potrebbero addirittura giudicare arroganza la nostra riconoscenza verso Dio Padre che ci ha colmati di regali. C’è perfino il rischio di essere giudicati intolleranti: intolleranti solo perché non ci riesce di omologarci – disciplinatamente e possibilmente con cuore contrito – alla cultura imperante; intolleranti solo perché non ci riesce di smarrirci, come sarebbe «politicamente corretto», nella generale confusione delle idee e dei comportamenti.

È già una fortuna non piccola e non occasionale – che ci viene dalla nostra professione di fede – quella di conoscere il senso di alcune piccole consuetudini e di alcune circostanze occasionali. Per esempio, tutti mangiamo il panettone a Natale, ma solo i credenti sanno perché lo mangiano. Non è che il loro panettone sia necessariamente più buono di quello dei non credenti: è semplicemente più ragionevole. Un altro esempio: un po’ d’anni fa eravamo tutti eccitati e in tripudio per il suggestivo traguardo del Duemila che ci sarebbe stato dato di raggiungere: ma l’emozione e la festa dei credenti erano meglio motivate.

Noi non ci sentivamo emozionati e in festa soltanto per la rotondità della cifra (duemila!); eravamo presi e allietati dal forte ricordo di un evento che è centrale e anzi unico nella storia: il ricordo del bimillenario dall’ingresso sostanziale e definitivo di Dio nella vicenda umana. Quell’anno appunto ci veniva più intensamente richiamata la memoria dell’Unigenito del Padre che è divenuto nostro fratello e si ravvivava in noi con vigore singolare la grande speranza che duemila anni fa ha incominciato ad attraversare la terra. Come si vede, tutta l’umanità festeggiava il Duemila; ma la nostra festa era innegabilmente più consistente e più razionalmente fondata.

Coloro che si affidano a Cristo – che è «Luce da Luce», cioè il Logos sostanziale ed eterno di Dio – sono inoltre abbastanza difesi dalla tentazione di affidarsi a ciò che è inaffidabile. Anche questa è una fortuna non da poco. È stato giustamente notato come il mondo che ha smarrito la fede non è che poi non creda più a niente; al contrario, è indotto a credere a tutto: crede agli oroscopi, che perciò non mancano mai nelle pagine dei giornali e delle riviste; crede ai gesti scaramantici, alla pubblicità, alle creme di bellezza; crede all’esistenza degli extraterrestri, al new age, alla metempsicosi; crede alle promesse elettorali, ai programmi politici, alle catechesi ideologiche che ogni giorno ci vengono inflitte dalla televisione. Crede a tutto, appunto. Perciò la distinzione più adeguata tra gli uomini del nostro tempo parrebbe non tanto tra credenti e non credenti, quanto tra credenti e creduloni.

Card. Giacomo Biffi

 

 

La fede, per me, è nata dall’incontro con Gesù. Un incontro personale, che ha toccato il mio cuore e ha dato un indirizzo e un senso nuovo alla mia esistenza. Ma al tempo stesso un incontro che è stato reso possibile dalla comunità di fede in cui ho vissuto e grazie a cui ho trovato l’accesso all’intelligenza della Sacra Scrittura, alla vita nuova che come acqua zampillante scaturisce da Gesù attraverso i Sacramenti, alla fraternità con tutti e al servizio dei poveri, immagine vera del Signore. Senza la Chiesa non avrei potuto incontrare Gesù, pur nella consapevolezza che quell’immenso dono che è la fede è custodito nei fragili vasi d’argilla della nostra umanità.
Ora, è appunto a partire di qui, da questa personale esperienza di fede vissuta nella Chiesa, che mi trovo a mio agio nell’ascoltare le sue domande e nel cercare, insieme con Lei, le strade lungo le quali possiamo, forse, cominciare a fare un tratto di cammino insieme…                                                

Papa Francesco

 

Cosa mi ha colpito di queste parole? Cosa potrei dire io sulla mia fede? 

Come crescere come famiglia nel seguire Gesù?

 

 

INCONTRO 2

 

Prima caratteristica della chiamata di Abramo. La vocazione di Abramo è singolarissima, rivolta a una persona in particolare. Tuttavia questa persona, pur essendo chiamata nella sua singolarità, è posta di fronte a una moltitudine di altre persone, di fronte al popolo: anzi di fronte a tutto il mondo… Dio non dice: “Come ho chiamato te, chiamerò altri”; ma dice: “Tu sei il chiamato per una moltitudine, per tutti”. In qualche modo si stabilisce una relazione tra questa chiamata del singolo e tutta l’umanità.

La seconda caratteristica è quella che chiamerei “carattere generico” di questa chiamata. Se in sostanza ci chiediamo che cosa Abramo deve fare, siamo costretti a dire che in fondo non deve fare niente. Tutto questo ciclo presenta un uomo che viaggia da un posto all’altro, ogni tanto mette una stele, invoca il nome di Dio, poi passa ad un altro luogo. Non si ha chiara l’impressione di quello che Dio gli chiede concretamente. Gli chiede di camminare e attendere… Non fare qualcosa, ma fidarsi.

La terza caratteristica. Potremo chiederci: che cosa sarebbe successo se Abramo non si fosse mosso? Evidentemente non ci sarebbe stato l’inizio di un popolo, del possesso di una terra. Abramo sarebbe morto nella solitudine, avrebbe finito la sua vita forse onorevolmente da un punto di vista umano, ma senza avvenire; cioè si sarebbe giocato il suo futuro. Ecco la posta in gioco per Abramo: il suo avvenire.

(Card. Carlo Maria Martini)

 

1. Anche io sono un chiamato da Dio come Abramo. A cosa? Si percepisce?

2. Alle volte ci perdiamo nelle mille cose da fare, e diciamo: “per altro non ho tempo!”. In che “altro” devo ritornare a camminare?  In che cosa devo imparare ad aspettare?

3. Viviamo in un mondo in cui c’è il dogma del benessere personale. Ho a cuore l’avvenire della mia famiglia, della mia comunità? Come mi muovo per queste? Mi sento responsabile di “altri” con le mie scelte quotidiane?

 

 

INCONTRO 3

 

Potrebbe apparire che la Legge di Dio renda l’uomo schiavo, suddito. Ma proprio questo è il paradosso biblico. Ci sono almeno tre significati di “liberazione” presenti nei Comandamenti. Ci liberano innanzitutto dall’INCERTEZZA riguardo al fare, dall’angoscia di non sapere che cosa dobbiamo fare. In secondo luogo ci liberano dai SENTIMENTI NEGATIVI che possono albergare nel cuore dell’uomo e che lo rendono schiavo. Infine i dieci comandamenti ci ORIENTANO VERSO L’AMORE. Perché la vera libertà sta nel vivere amando.     (Pastore Paolo Ricca)

 

Potremmo anche dire che il volto di Dio, il contenuto di questa cultura della vita, il contenuto del nostro grande «sì», si esprime nei dieci Comandamenti, che non sono un pacco di proibizioni, di «no», ma presentano in realtà una grande visione di vita. Sono un «sì» a un Dio che dà senso al vivere (i tre primi comandamenti); «sì» alla famiglia (quarto comandamento); «sì» alla vita (quinto comandamento); «sì» all’amore responsabile (sesto comandamento); «sì» alla solidarietà, alla responsabilità sociale, alla giustizia (settimo comandamento); «sì» alla verità (ottavo comandamento), «sì» al rispetto dell’altro e di ciò che gli è proprio (nono e decimo comandamento). Questa è la filosofia della vita, è la cultura della vita, che diviene concreta e praticabile e bella nella comunione con Cristo, il Dio vivente, che cammina con noi nella compagnia dei suoi amici, nella grande famiglia della Chiesa. Il Battesimo è dono di vita. È un «sì» alla sfida di vivere veramente la vita, dicendo il «no» all’attacco della morte che si presenta con la maschera della vita; ed è «sì» al grande dono della vera vita, che si è fatta presente nel volto di Cristo, il quale si dona a noi nel Battesimo e poi nell’Eucaristia.            (Benedetto XVI)

 

 

Non siamo tanto noi che leggiamo il testo dei Comandamenti, ma dobbiamo permettere che il testo ci legga. O, se preferiamo, attraverso il testo, noi, “ci leggiamo”… bisogna che le 10 Parole ci “attraversino”, si impossessino di noi, entrino nel nostro tessuto interiore, operino i necessari smembramenti, modifichino gli equilibri precedenti e creino in noi un ordine nuovo.

Avvertiamo, specialmente in certe circostanze, un senso di disorientamento, di smarrimento. Ci troviamo a camminare in uno spazio desertico. Abbiamo bisogno di limiti precisi, di indicazioni sicure. La Bibbia si colloca criticamente rispetto alla nostra sensibilità contemporanea, la quale associa fino a identificarle LIBERTA’ e AUTONOMIA: è libero chi è autonomo, chi elabora con le proprie forze le leggi della convivenza; il fatto che l’autonomia sia sempre quella dei forti e dei ricchi viene volentieri passato sotto silenzio. Dio invece ritiene che la libertà che egli dona, possa essere mantenuta solo in ascolto di una parola che viene da fuori e che non chiede di essere negoziata ma obbedita. Si tratta di un’evidente provocazione…

(don Alessandro Pronzato)

 

 

 

Cosa mi ha colpito di queste parole?

Nell’educazione come riesco a far stare insieme regole e ricerca della libertà?

Faccio fatica a spiegare le regole ai figli e farle rispettare?

Quando è difficile dire quei “si” di cui parla Papa Benedetto?

 

 

 INCONTRO 4

 

Nella Bibbia la parola “peccato” significa primariamente “fallire il bersaglio”, come chi scocca la freccia sbagliando clamorosamente il centro. Dio ci ha creati, sa come funzioniamo, sa cosa veramente ci rende felici e noi, invece di fidarci di Lui, decidiamo di testa nostra cosa è la felicità. Il male, nella Bibbia, non è trasgredire ad un ordine, ma agire allontanandosi dal proprio bene. Ovviamente in gioco c’è sempre la nostra libertà: il peccato si presenta sempre come un ipotetico bene, si maschera sempre da cosa positiva per poterci ingannare: nessuno di noi berrebbe da un bicchiere con l’etichetta “veleno”! Il peccato è male non perché l’ha deciso Dio, ma perché ci fa del male e Dio, che lo sa, ci invita a seguire i suoi consigli. L’umanità, ahimè, si comporta come un eterno adolescente che guarda sospettoso chi impone delle regole e i risultati si vedono. Oggi ci siamo finalmente liberati dall’opprimente morale cattolica: tutto sommato ognuno gestisce la propria vita privata senza grosse interferenze. Non mi pare che questa ipotetica “liberazione” abbia prodotto maggiore serenità e gioia… (Paolo Curtaz)

 

E’ difficile oggi parlare di peccato, di misericordia e di perdono? Ne avvertiamo il bisogno?Quali sono le cose che mi risultano più difficili per me e da trasmettere ai miei figli?  Questo tema mi fa pensare alla gioia e alla bellezza? Raccogliamo un po’ di domande da approfondire la prossima volta con don Alessandro. 

 

 

INCONTRO 5

 

Noi pensiamo troppo poco: fantastichiamo, discutiamo, calcoliamo, indaghiamo; ma raramente pensiamo. Raramente cioè prendiamo noi stessi – la nostra vita, i nostri atti, i nostri progetti – per esporci alla luce della verità, per sottoporre tutto al vaglio dell’intelligenza illuminata dalla fede. Questo è appunto pensare; ed è attività che abbisogna di calma spirituale, di silenzio interiore, di spazi non occupati dalle molte futilità che da ogni parte ci aggrediscono.
Noi viviamo spesso riversi nelle cose. Siamo, per così dire, fuori casa, sicché, se il Signore vuol venire a farci visita e a parlarci, troppe volte non ci trova. Siamo sempre in giro, portati a spasso dalle molte curiosità, dai diversi interessi, dalle varie sollecitazioni a occuparci senza amore degli altri. È urgente che abbiamo a raccogliere gli sparsi frammenti d’anima che abbiamo disseminato per le strade del mondo, in modo da riconquistare la nostra interiore unità.
Noi mangiamo troppo, in tutti i sensi: il nostro corpo è sovralimentato, la nostra mente è sovreccitata, il nostro spirito è sovraccarico dei più vari stimoli e dei più tirannici condizionamenti. Austerità vuol dire ritrovare una più giusta e più adeguata misura, limitando e mortificando tutto ciò che, quando è da noi assimilato, ci appesantisce e ci rende meno pronti a rispondere alle divine proposte. (Card. Giacomo Biffi)

 

Nelle chiese di tutto il mondo è stata data una grande notizia: Il Signore Gesù è risorto! Il mondo, creato bello e buono da Dio, si è guastato: adesso noi viviamo in un mondo, come dice San Paolo nella Lettera ai Romani, senza senno, senza lealtà, senza amore, senza misericordia (Rm 1,31). 

Che cosa dunque è avvenuto venti secoli fa di tanto importante, che noi lo ricordiamo ancora oggi come qualcosa che ci tocca da vicino? Gesù ce lo ha detto con parole semplici ed essenziali, che l’evangelista Giovanni riferisce nei discorsi dell’ultima cena: “Io sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio il mondo e torno al Padre” (Gv 16,28).
La Pasqua è questa “avventura” terrestre del Figlio di Dio, che discese dal cielo, in questo mondo ingiusto e polveroso, e con la sua morte e la sua risurrezione tornò in cielo, portandosi con sé quelli che credono in lui.
Allora si capisce come si deve fare per salvarci dalla distruzione che toccherà al mondo (e che per ciascuno di noi, in pratica, coinciderà col momento della nostra morte): ci si deve aggrappare a Cristo che passa da questo mondo al Padre. Questa è la Pasqua, che significa appunto “passaggio”. Allora si capisce perché noi oggi siamo contenti e questa è la più grande festa cristiana: è la gioia di chi stava per annegare e si vede gettare una corda alla quale potrà finalmente attaccarsi.
(Card. Giacomo Biffi)

 

Il primo scritto è una riflessione quaresimale sull’importanza di vivere un tempo di “sobrietà”. Cosa appesantisce la nostra vita? Anche noi avvertiamo che dobbiamo ritrovare una misura più adeguata per liberarci da ciò che ci appesantisce? 

Il secondo scritto è una riflessione pasquale. In che cosa questo mondo appare “ingiusto e polveroso”? Cosa deve essere “salvato”, in quale aspetto della nostra vita abbiamo bisogno di aggrapparci a Cristo? Quali passaggi dobbiamo compiere anche nell’educazione dei nostri figli?

 

 

 

INCONTRO 6

 

dal compendio al Catechismo della Chiesa Cattolica

 

 

297. Perché esiste un Sacramento della Riconciliazione dopo il Battesimo?

Poiché la vita nuova nella grazia, ricevuta nel Battesimo, non ha soppresso la debolezza della natura umana, né l’inclinazione al peccato (cioè la concupiscenza), Cristo ha istituito questo Sacramento per la conversione dei battezzati, che si sono allontanati da lui con il peccato.

 

298. Quando fu istituito questo Sacramento?

Il Signore risorto ha istituito questo Sacramento quando la sera di Pasqua si mostrò ai suoi Apostoli e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi» (Gv 20,22-23).

 

299. I battezzati hanno bisogno di convertirsi?

L’appello di Cristo alla conversione risuona continuamente nella vita dei battezzati. La conversione è un impegno continuo per tutta la Chiesa, che è Santa ma comprende nel suo seno i peccatori.

 

300. Che cos’è la penitenza interiore?

È il dinamismo del «cuore contrito» (Sal 51,19), mosso dalla grazia divina a rispondere all’amore misericordioso di Dio. Implica il dolore e la repulsione per i peccati commessi, il fermo proposito di non peccare più in avvenire e la fiducia nell’aiuto di Dio. Si nutre della speranza nella misericordia divina.

 

301. In quali forme si esprime la penitenza nella vita cristiana?

La penitenza si esprime in forme molto varie, in particolare con il digiuno, la preghiera, l’elemosina. Queste e molte altre forme di penitenza possono essere praticate nella vita quotidiana del cristiano, in particolare nel tempo di Quaresima e nel giorno penitenziale del venerdì.

 

302. Quali sono gli elementi essenziali del Sacramento della Riconciliazione?

Sono due: gli atti compiuti dall’uomo, che si converte sotto l’azione dello Spirito Santo, e l’assoluzione del sacerdote, che nel Nome di Cristo concede il perdono e stabilisce le modalità della soddisfazione.

 

303. Quali sono gli atti del penitente?

Essi sono: un diligente esame di coscienza; la contrizione (o pentimento), che è perfetta quando è motivata dall’amore verso Dio, imperfetta se fondata su altri motivi, e che include il proposito di non peccare più; la confessione, che consiste nell’accusa dei peccati fatta davanti al sacerdote; la soddisfazione, ossia il compimento di certi atti di penitenza, che il confessore impone al penitente per riparare il danno causato dal peccato.

 

304. Quali peccati si devono confessare?

Si devono confessare tutti i peccati gravi non ancora confessati, dei quali ci si ricorda dopo un diligente esame di coscienza. La confessione dei peccati gravi è l’unico modo ordinario per ottenere il perdono.

 

305. Quando si è obbligati a confessare i peccati gravi?

Ogni fedele, raggiunta l’età della ragione, ha l’obbligo di confessare i propri peccati gravi almeno una volta all’anno, e comunque prima di ricevere la santa Comunione.

 

306. Perché i peccati veniali possono essere anch’essi oggetto della confessione sacramentale?

La confessione dei peccati veniali è vivamente raccomandata dalla Chiesa, anche se non è strettamente necessaria, perché ci aiuta a formarci una retta coscienza e a lottare contro le cattive inclinazioni, per lasciarci guarire da Cristo e per progredire nella vita dello Spirito.

 

 

307. Chi è il ministro di questo Sacramento?

Cristo ha affidato il ministero della riconciliazione ai suoi Apostoli, ai Vescovi loro successori e ai presbiteri loro collaboratori, i quali diventano pertanto strumenti della misericordia e della giustizia di Dio. Essi esercitano il potere di perdonare i peccati nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

 

308. A chi è riservata l’assoluzione di alcuni peccati?

L’assoluzione di alcuni peccati particolarmente gravi (come quelli puniti con la scomunica) è riservata alla Sede Apostolica o al Vescovo del luogo o ai presbiteri da loro autorizzati, anche se ogni sacerdote può assolvere da qualsiasi peccato e scomunica chi è in pericolo di morte.

 

309. Il Confessore è tenuto al segreto?

Data la delicatezza e la grandezza di questo ministero e il rispetto dovuto alle persone, ogni Confessore è obbligato, senza alcuna eccezione e sotto pene molto severe, a mantenere il sigillo sacramentale, cioè l’assoluto segreto circa i peccati conosciuti in confessione

 

310. Quali sono gli effetti di questo Sacramento?

Gli effetti del Sacramento della Penitenza sono: la riconciliazione con Dio e quindi il perdono dei peccati; la riconciliazione con la Chiesa; il recupero, se perduto, dello stato di grazia; la remissione della pena eterna meritata a causa dei peccati mortali e, almeno in parte, delle pene temporali che sono conseguenze del peccato; la pace e la serenità della coscienza, e la consolazione dello spirito; l’accrescimento delle forze spirituali per il combattimento cristiano.

 

 

INCONTRO 7

 

“La contemplazione di Cristo ha in Maria il suo modello insuperabile. Il volto del Figlio le appartiene a titolo speciale. È nel suo grembo che si è plasmato, prendendo da Lei anche un’umana somiglianza che evoca un’intimità spirituale certo ancora più grande. Alla contemplazione del volto di Cristo nessuno si è dedicato con altrettanta assiduità di Maria. Gli occhi del suo cuore si concentrano in qualche modo su di Lui già nell’Annunciazione, quando lo concepisce per opera dello Spirito Santo; nei mesi successivi comincia a sentirne la presenza e a presagirne i lineamenti. Quando finalmente lo dà alla luce a Betlemme, anche i suoi occhi di carne si portano teneramente sul volto del Figlio, mentre lo avvolge in fasce e lo depone nella mangiatoia (cfr Lc 2, 7). Da allora il suo sguardo, sempre ricco di adorante stupore, non si staccherà più da Lui. Sarà talora uno sguardo interrogativo, come nell’episodio dello smarrimento nel tempio: «Figlio, perché ci hai fatto così?» (Lc 2, 48); sarà in ogni caso uno sguardo penetrante, capace di leggere nell’intimo di Gesù, fino a percepirne i sentimenti nascosti e a indovinarne le scelte, come a Cana (cfr Gv 2, 5); altre volte sarà uno sguardo addolorato, soprattutto sotto la croce, dove sarà ancora, in certo senso, lo sguardo della ‘partoriente’, giacché Maria non si limiterà a condividere la passione e la morte dell’Unigenito, ma accoglierà il nuovo figlio a Lei consegnato nel discepolo prediletto (cfr Gv 19, 26-27); nel mattino di Pasqua sarà uno sguardo radioso per la gioia della risurrezione e, infine, uno sguardo ardente per l’effusione dello Spirito nel giorno di Pentecoste (cfr At 1, 14)…

 

Le dieci «Ave Maria». È questo l’elemento più corposo del Rosario e insieme quello che ne fa una preghiera mariana per eccellenza. Ma proprio alla luce dell’Ave Maria ben compresa, si avverte con chiarezza che il carattere mariano non solo non si oppone a quello cristologico, ma anzi lo sottolinea e lo esalta. La prima parte dell’Ave Maria, infatti, desunta dalle parole rivolte a Maria dall’angelo Gabriele e da sant’Elisabetta, è contemplazione adorante del mistero che si compie nella Vergine di Nazareth. Esse esprimono, per così dire, l’ammirazione del cielo e della terra e fanno, in certo senso, trapelare l’incanto di Dio stesso nel contemplare il suo capolavoro – l’incarnazione del Figlio nel grembo verginale di Maria –, nella linea di quel gioioso sguardo della Genesi (cfr Gn 1, 31), di quell’originario «pathos con cui Dio, all’alba della creazione, guardò all’opera delle sue mani». Il ripetersi, nel Rosario, dell’Ave Maria, ci pone sull’onda dell’incanto di Dio: è giubilo, stupore, riconoscimento del più grande miracolo della storia. È il compimento della profezia di Maria: «D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata» (Lc 1, 48).  Il baricentro dell’Ave Maria, quasi cerniera tra la prima e la seconda parte, è il nome di Gesù. Talvolta, nella recitazione frettolosa, questo baricentro sfugge, e con esso anche l’aggancio al mistero di Cristo che si sta contemplando.” 

San Giovanni Paolo II, Rosarium  Virginis Mariae